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Serve aumentare il potassio nei pazienti ad alto rischio di aritmia? I risultati dello studio POTCAST

Nello studio POTCAST l’aumento della potassiemia di 0.3 mmol/l nel gruppo di intervento ha provocato una riduzione del 24% dell’end point primario costituito da mortalità totale, defibrillazioni appropriate, ricovero ospedaliero non programmato (>24 ore) per aritmia o insufficienza cardiaca.

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2 commenti su “Serve aumentare il potassio nei pazienti ad alto rischio di aritmia? I risultati dello studio POTCAST”

  1. giovanni Nocentini

    Buongiorno. In questa esposizione si prende in considerazione soprattutto l’effetto dell’ipokaliemia sulla F.A. con invito all’integrazione farmacologica (integratori) ed alimentare di potassio. Non ho ben compreso come ci si comporta in caso di iperkaliemia che potrebbe essere anche iatrogena per uso di antialdosteronici e dieta eccessivamente vegetariana. Grazie Giovanni

    1. Claudio Cimminiello

      Carissimo Nocentini
      Innanzitutto grazie per il tuo commento. Il video prendeva lo spunto da uno studio compiuto in soggetti con potassio normale/basso e ad alto rischio di aritmie ventricolari. Quindi in un setting molto specifico. Il problema dell’iperpotassiemia che tu sollevi è molto articolato e prevede trattamenti dietetici e farmacologici per le forme acute e per quelle croniche. Uno degli aspetti di maggior interesse – per le forme croniche – è la possibilità che oggi viene data, di non dover sospendere farmaci salvavita (ma che aumentano i livelli di potassio), come i RAASi e i MRA. Con l’introduzione di farmaci come ciclosilicato di sodio e zirconio (SZC) e patiromer, orali e maneggevoli, la gestione dell’iperpotassiemia è diventata più accessibile e si possono proseguire terapie fondamentali. Dedicheremo dei video all’argomento.

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