Il ruolo dei betabloccanti nella preenzione secondaria dei pazienti post-IM e con FE preservata suscita dibattito. Ad accrescere l’incertezza arrivano i risultati dello studio ABYSS
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Utilissimo grazie
Una montagna che ha partorito un topolino…
Caro Franco
Devo dirti che comunque c’è grande fermento attorno a questo tema. Ci sono tre o quattro grandi studi clinici ancora in corso sul tema e ne sentiremo ancora parlare. Quello che mi ha colpito è la diversa posizione degli autori dello studio ABYSS, che interpretano i loro dati come una prova a favore dei betabloccanti e quella di altri (per citarne uno, l’editorialista di New England Journal of Medicine) che lèggono l’ABYSS come la prova che i betabloccanti sono superati in questo particolare setting clinico.
I beta-bloccanti costano poco, contribuiscono a regolare i valori pressori e certamente hanno un ruolo anche neuroendocrino che nel post infarto non è trascurabile . Perchè sospenderli anche se la FE è preservata ? E poi tutti gli ecocardiografisti hanno strumentazioni e tempo per valutare correttamente strain ed altri parametri non di routine ?
Sospendere è una bella responsabilità .
Grazie per il commento che è di buonsenso. I dati di impiego dei betabloccanti nel post- infarto in Italia testimoniano dell’uso costante di questi farmaci nel 75% del totale dei pazienti, quindi anche in molti con FE preservata. Penso che se i trial futuri dovessero dimostrare la NON-efficacia dei betabloccanti nei pazienti con pFE le linee guida si adeguerebbero ed il discorso della responsabilità sarebbe meno cogente.